Non si e’ mai tanto vicini ad un grande mutamento come quando la vita appare insopportabile fin dalle minime cose quotidiane. Il design, quindi, come luogo di rifondazione dell’architettura: non nel senso di una semplice crescita per addizione, “dal cucchiaio alla citta’”, come avrebbe detto Rogers, ma tentando di reperire, all’interno della drammatica crisi epistemologica dell’architettura moderna, un punto che permettesse di ricomporre un legame tra l’uomo e il sistema dei suoi oggetti.

Se volessimo del resto sviluppare la polemica tra cose grandi e cose piccole, potremmo paradossalmente affermare che tutto il dibattito sul linguaggio del movimento moderno, dalla sua nascita ad oggi, e’ avvenuto attorno a modelli di sedie. Gropius, LeCorbusier, Rietveld, Loos, Mackintosh, Morris: la storia dell’architettura moderna sembra coincidere con quella della sedia moderna. Ma la traiettoria che doveva portare dalla sedia alla citta’ si e’ sempre interrotta; quando ha superato la soglia di casa ha coinciso spesso con un fallimento urbanistico. Si puo’ dire che quasi non eissta moello urbano moderno che non sia fallito o sulla via del fallimento. La sedia e’ stata al contrario l’unica struttura abitativa a subire una rivoluzione completa anche se separata; la stessa casa ha subito, nella sua struttura morfologica, una modificazione molto meno radicale di quella della sedia. Si e’ persino giunti alla definizione dell’abitazione come “intorno” della sedia, intesa come struttura minima perfetta, totalmente controllabile, coupla ideologica dell’universo, luogo di stasi dinamica e modello di comprensione della rivluzione architettonica.

L’avanguardia di architettura italiana, a differenza di quella inglese, austriaca ed americana, ipotizzava infatti contenuti politici nuovi alla propria operazione di rinnovamento culturale. Trionfalismo e analisi sull’uso alternativ del Capitale, permettevano di usare la cultura pop come un cavallo di Troia dentro al contesto della cutura borghese, limitata e parziale nel suo fragile equilibrio riformista. Al concetto naturalistico e dialettico del mercato, si era definitivamente sostituito quello della sua completa artificialita’, nel senso che il meccanismo di induzione di falsi bisogni era in grado di sostituire qualsiasi richiesta spontanea del mercato. L’intero sistema industriale si sviluppava attraverso i canali di consumo interamente artefatti, secondo una programmazione che sembrava garantire una falsa ma stimolante conflittualita’ al mercato sociale; in questo senso, all’inizio degli anni 60, il tema dello scontro generazionale tra vecchi e giovani sembrava agitare un mercato di consumi rinnovati attraverso iniezioni di ideologia artificiale, cioe’ non legata a reali conflitti politici, ma funzionale ad una differenziazione dinamica dei consumi. Gli Archizoom Associati avvertivano: “Il turbine del consumismo e la sua capacita’ di fagocitazione non devono trarci in inganno, perche’ dietro di essi vi e’ un pollo di marmo che non si mangia e non si sposta”. L’imperialismo era l’oggetto misterioso che stava sotto a questo benessere mondiale; esso andava battuto con le sue stesse armi, e non con il moralismo riformista borghese.

Si imponeva anche una nuova oggettualita’, piu’ solida, piu’ immanente; contro i miti propri del design degli anni 60, basati sulla flessibilita’, sulla combonibilita’ e sulla serialita’, l’avanguardia proponeva oggetti e spazi unitari, solidi e immobili, aggressivi nella loro forza quasi fisica di comunicazione. Ettore Sottsass jr, nel 1967 pubblicava su Domus una serie di mobili simili a isolati menhir dentro stanze vuote, tra rarefatte tracce di quella che era stata una funzionalita’ domestica tradizionale. Sulla stessa strada, poco dopo, con Archizoom Associati progettammo una serie di “Dream-Beds”, letti monumentali con forti citazioni dai linguaggi kitsch e dall’islamismo orientale. Si cominciava a sperimentare in funzione provocatoria la conbinazione acida di linguaggi tra loro differenti, al fine di determinare un’incrinatura nell’ottimistica visione del progresso borghese. Gli Archizoom Associati scrivevano su Domus: “Vogliamo introdurre in casa tutto cio’ che ne e’ rimasto fuori: la banalita’ costruita, la volgarita’ intenzionale, arredi urbani, cani mordaci”.

Questa nuova oggettualita’ segnava anche un uso dell’architettura come ostruzione, cioe’ come impedimento al normale svolgersi della vita urbana tradizionale. Il Superstudio, che gia’ aveva elaborato nel 1969 i suoi “Istogrammi di architettura” (veri e propri diagrammi elementari di un architettura concettuale), elaboro’ subito dopo “Il Monumento Continuo”, che portava paradossalmente alle estreme conseguenze l’autonomia dell’architettura come sistema di valori nei riguardi di una mediocrita’ edilizia. Il monumento, cioe’ l’autorita’ della cultura come strumento per mettere ordine nel caos della natura e della storia, attraversava il pianeta come un sistema continuo, una sorta di destino umano, biblico e inevitabile. Con diversa ironia e leggerezza, gli UFO di Lapo Binazzi in quegli anni facevano circolare a Firenze dei grandi effimeri che ostruivano la circolazione stradale, sui quali disegnavano giochi di parole e enigmi linguistici.

Contro le utopie puramente formali, i gruppi italiani proposero un’utopia critica, nel senso che il sistema dell’utopia era puramente conoscitivo, e rappresentava ad un livello di chiarezza maggiore la realta’ stessa. Un utopia quindi strumentale, scientifica, che non si proponeva un mondo diverso da quello presente, ma rappresentava piuttosto quello presente ad un livello conoscitivo piu’ avanzato.

La metropoli moderna ha cessato da tempo di essere un luogo, per divenire un modello di comportamento che viene fatto circolare in maniera omogenea nella societa’ attraverso i consumi. Essere oggi cittadino non vuol dire piu’ abitare in un luogo o in una strada urbana, ma vuol dire adottare un determinato modello di comportamento, costituito dal linguaggio, dall’abbigliamento, dall’informazione stampata e televisiva; fin dove arrivano questi media arriva la citta’.
Non esiste piu’ una cultura esterna al fenomeno urbano, o al significato di integrazione sociale che esso rappresenta, proprio perche’ non esiste piu’ una campagna legata a una reale cultura alternativa, non esiste un luogo che in qualche modo non sia legato con la citta’ e i suoi modelli di consumo.
Ogni giorno l’industria produce chilometri cubi di citta’ sotto forma di prodotti di serie, ed ogni giorno molte di queste metropoli molecolari entrano in circolazione, si comnumano, diventano spazzatura dentro le vecchie citta’ immobili di pietra. Il design, operando, pur con diversa fortuna, sulla merce, diventa lo strmento progettuale reale per modificare realmente la qualita’ della vita e del territorio.


 

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